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La precarietà del lavoro: una sfida da affrontare tra rischi ed opportunità

La precarietà del lavoro: una sfida da affrontare tra rischi ed opportunità”

Relatore proposto: dr. Giuseppe Vedovato, ex sindacalista CISL, storico del sindacalismo

Datagiovedì 22 gennaio


Con il dr.Vedovato abbiamo affrontato il tema della flessibilità del lavoro; una strada che necessariamente ci troviamo a dover percorrere da quando la trasformazione postfordista (personalizzazione della produzione e produzione snella), la continua innovazione tecnologica e la globalizzazione dei mercati hanno messo in discussione la tradizione del lavoro standard nei paesi sviluppati, costringendoli ad introdurre rapporti di lavoro non standard.

L’Europa sostiene che bisogna accettare modelli non standard, ma garantendo la protezione del lavoratore nel suo itinerario occupazionale e professionale, attraverso un sistema di tutele e garanzie che vanno sotto il nome di flexicurity. I paesi europei stanno procedendo in questa prospettiva in modo pragmatico e costruttivo.

In Italia i passi compiuti nella direzione della flessibilità si sono concretizzati nel Pacchetto Treu (1997) e nella Legge Biagi (2005). Nonostante il livello di “occupazione flessibile” nel nostro Paese rimanga al di sotto della media europea, tuttavia la percezione del disagio e della precarietà del posto di lavoro è molto forte. Questo perché la maggiore flessibilità è stata conseguita esclusivamente sul lavoro temporaneo e, soprattutto, senza un adeguamento del sistema delle tutele. Il rischio al quale stiamo andando incontro è quello di finire col pagare un ritardo rispetto agli altri Paesi europei.

E’ necessario, dunque,  riflettere sui motivi che ci impediscono di avviare una seria politica del lavoro capace di affrontare le sfide della nuova economia come opportunità di crescita e di sviluppo. Questi i punti che il dr.Vedovato ha posto alla nostra attenzione.

Nel nostro Paese la prospettiva della flessibilità del lavoro si scontra con:

  • Un deficit storico di cultura riformista (anche per quanto riguarda l’area cattolica, che pure in passato aveva saputo attuare grandi rinnovamenti in tal senso)
  • Relazioni sindacali fragili, prevalentemente conflittuali: il troppo stretto legame con i partiti politici, ha finito col coinvolgere le organizzazioni sindacali in una miope contrapposizione politica, con la conseguente perdita di autonomia. Ciò ha impedito di costruire un sistema di tutele di tipo solidale, sussidiario e partecipativo.
  • Un “welfare”, un sistema sociale, di tipo prevalentemente assistenziale e gravemente iniquo e con una spesa sociale fortemente squilibrata in favore delle pensioni.

Che fare?

Occorre potenziare le politiche attive del lavoro e ridisegnare le tutele.

Come?

Ecco alcune proposte:

  • con un maggior coinvolgimento nel territorio delle parti sociali in termini sussidiari (relazioni sindacali partecipative);
  • realizzando un grande “patto generazionale” (mettendo fine a tanti ed eccessivi privilegi e corporativismi esistenti e alzando l’età pensionabile);
  • riducendo progressivamente l’altissimo prelievo contributivo (per scoraggiare sia l’uso improprio del lavoro temporaneo, sia il lavoro nero).

 

 

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