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Etica e responsabilità nel lavoro. L’impegno dei cristiani per una società più equa

“Etica e responsabilità nel lavoro.  L’impegno dei cristiani per una società più equa”

Relatore proposto: dr.Tiziano Mazzer, presidente provinciale ACLI

Datagiovedì 19 febbraio


Premessa…il lavoro che cambia
La situazione del mondo del lavoro odierno è profondamente diversa rispetto a quella dei secoli
scorsi.
Il lavoro è investito da una transizione davvero epocale. Si sta passando da un’economia industriale
e fordista a un’economia dell’informazione e dei servizi.
La trasformazione delle economie industriali in economie dell’informazione e dei servizi ha
conseguenze di ampia portata sull’organizzazione della produzione e degli scambi, sul contenuto e
sulla forma delle prestazioni lavorative, sui sistemi di protezione sociale.
Il lavoro quindi rappresenta il paradigma del cambiamento, il crocevia delle trasformazioni sociali.
manifesta gli effetti più rilevanti della globalizzazione che ormai ha avvolto l’intero mondo.
La transizione odierna si può leggere metaforicamente come un passaggio dal lavoro ai lavori, da un
mondo del lavoro compatto, definito e riconosciuto, ad un universo di lavori, variegato, fluido.
Le relazioni tra le persone che lavorano diventano sempre più complesse: generi, religioni e culture
abitano e pluralizzano i luoghi di lavoro.
La precarietà, l’insicurezza e la mobilità, la mancanza di tutele, ma anche il tramonto del posto fisso
a tempo indeterminato che dura una vita, e ancora il basso livello retributivo, sono tutti attributi dei
tanti lavori che sono specchio della globalizzazione.
I cambiamenti cui è sottoposto il lavoro costituiscono il filtro per leggere i tratti della società
globalizzata e per valutare le ricadute che l’economia – mondo sta producendo sulla vita delle
persone.
Il lavoro è un bene di tutti per tutti
L’insegnamento sociale della Chiesa e in particolare l’enciclica Laborem Exercens di Papa
Giovanni Paolo II ci ricorda: “il primo fondamento del lavoro è l’uomo stesso,…prima di tutto il
lavoro è per l’uomo, non l’uomo per il lavoro” indicando che ogni lavoro è orientato al bene
comune, al bene di tutte le persone.
Al lavoro è necessario attribuire un giusto peso nella vita di ciascuno, il lavoro è un bene di tutti,
che deve essere disponibile per tutti. Il lavoro è in se bene comune.
Il bene comune, è avere una vita buona posseduta in comune, è un sociale fatto di relazioni e di
condivisione solidale.
Operare perché tutti possano avere un lavoro, che sia gratificante, professionalizzante e soprattutto
umanizzante, è parte integrante del bene comune.
Tramite il lavoro l’uomo può umanizzare la realtà e allo stesso tempo si adegua ad essa, ed è
mettendosi in relazione con la realtà che ogni persona cambia il mondo che la circonda.
Il lavoro dell’uomo è un bene fondamentale per la persona, per la famiglia, per la società, per
l’umanità, per lo sviluppo sostenibile, per l’umanizzazione della globalizzazione, per questo deve
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essere accessibile a tutti, compresi i portatori di handicap e per quelli che vivono in situazioni di
disagio.
A questo proposito significativi sono alcuni passi della Centesimus annus:
“ Nel nostro tempo diventa sempre più rilevante il ruolo del lavoro umano (preparato
professionalmente ed eticamente, disciplinato e creativo), come fattore produttivo delle ricchezze
immateriali e materiali “ (n.31)
“ L’uomo realizza se stesso per mezzo della sua intelligenza e della sua libertà e nel fare questo,
assume come oggetto e come strumento le cose del mondo e di esse si appropria.
In questo suo agire sta il fondamento del diritto all’iniziativa e alla proprietà individuale. Mediante
il suo lavoro l’uomo si impegna non solo per se stesso, ma anche per gli altri e con gli altri “ (n.43).
“ Occorre rompere le barriere e i monopoli che lasciano tanti popoli ai margini dello sviluppo,
assicurare a tutti – individui e Nazioni – le condizioni di base, che consentano di partecipare allo
sviluppo “ (n.35). Una società in cui il diritto al lavoro sia vanificato o negato e in cui le misure di
politica economica non consentano ai lavoratori di raggiungere livelli soddisfacenti di occupazione,
“ non può conseguire né la sua legittimazione etica né la pace sociale” (n43).
Un ruolo importante e una responsabilità specifica appartengono, in questo ambito al datore di
lavoro indiretto, ossia a quei soggetti (persone o istituzioni di vario tipo) che sono in grado di
orientare, a livello nazionale o internazionale, la politica del lavoro e dell’economia.
Etica e responsabilità nel lavoro e ruolo della comunità cristiana.
Z: BAUMAN – “ l’etica ha bisogno del sentimento di appartenenza comune, di solidarietà, di una
responsabilità mutua che ci faccia prendere consapevolezza di questa responsabilità”
Mai come in questi tempi si è sentito parlare dell’importanza di promuovere e di far prevalere nella
società comportamenti etici e morali ( a partire dalla classe dirigente), nonché di radicare nel mondo
economico il principio della responsabilità sociale dell’impresa. Sono esigenze che nascono come
una forma di difesa della società civile, quando questa si sente minacciata dalle ingiustizie, dalla
sicurezza, dal degrado economico e sociale.
Parlare di etica quindi significa fare riferimento ad un insieme di principi, di valori, di finalità, di
norme volti ad illuminare e a guidare – in termini di “buono” e di “giusto” – la vita degli uomini.
La vita di tutti i giorni ci induce ad intraprendere comportamenti per i quali rispondiamo a delle
persone, questo pur essendo vero è però fuorviante poiché in realtà noi non rispondiamo a delle
persone, ma rispondiamo a dei valori.
Consciamente o inconsciamente rispondiamo a dei valori che ispirano le nostre iniziative, le nostre
scelte, le nostre azioni. Questo vale per le persone ma anche per i sistemi economici, per il mercato
per le imprese, per le associazioni.
La globalizzazione attuale è un effetto dello sviluppo tecnologico, che ha ridotto enormemente costi
e tempi di trasferimento di persone, merci e soprattutto di informazioni e dati da un angolo all’altro
del pianeta. Nel contempo è essa stessa un fattore di moltiplicazione della complessità, in quanto
permette, e per certi versi ci impone, di interagire con soggetti sconosciuti e distanti, connettendo su
scala planetaria persone, organizzazioni, culture, religioni, sistemi politici ed economici.
L’economia globale è anche qui: nel nostro Paese nel nostro territorio e sta trasformando
profondamente il sistema produttivo e quello sociale, il significato e l’organizzazione stessa del
lavoro, la composizione e la rappresentanza sociale.
E’ quindi importante provare a socializzare i temi del lavoro, e inoltre indispensabile osservare il
lavoro nelle sue variabili sociali, familiari e culturali.
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Prende corpo una nuova figura, quella del cittadino, lavoratore, consumatore, pensionato globale,
identificato come tale dai mercati del lavoro e dei consumi, non gode di statuti o contratti che ne
riconoscano e ne tutelino questo nuovo status.
Non possiamo, infatti, nasconderci che nella trasformazione in atto del capitalismo, non assistiamo
alla globalizzazione dell’equità, a una diffusione pacifica dei diritti e delle tutele; a un’equa
distribuzione dei profitti e della produttività tra capitale e lavoro; a adeguate politiche di welfare;
all’adozione della partecipazione. In una parola alla democrazia economica.
In questo contesto la domanda da porci è: nell’economia globale, del libero mercato, della
competività sfrenata, della flessibilità, l’etica è un lusso che non ci si può permettere?
La solidarietà una variante debole che praticano i giusti, ma che depotenzia la capacità di stare nei
mercati, di fare il massimo profitto, di essere efficienti, di avere successo economico? L’economia
del dono, il terzo settore, il non profit, la cooperazione, la responsabilità sociale, la partecipazione,
la finanza etica, la governance, sono tutte forme marginali di consolazione, applicabili soltanto a
ristrette nicchie?
Le regole del gioco finanziario, produttivo e commerciale sono quelle che sono, e quindi, il nostro
impegno di operatori sociali, volontari, di movimenti e associazioni, la nostra idea di solidarietà di
responsabilità sociale, sarà quella dell’ambulanza che soccorre i feriti dalle inevitabili ingiustizie
provocate dal neo capitalismo globale? Certo è’ un impegno da perseguire però non può bastare.
Il problema etico e anche politico che ci poniamo è sapere se possiamo ipotizzare un capitalismo
capace di coniugare le esigenze della competitività e del mercato con quelle delle persone, delle
famiglie, delle comunità locali. In sintesi una buona etica favorisce buoni affari? Senza sentirci
utopisti pensiamo sia possibile e praticabile una risposta economica, giuridica, politica, in grado di
realizzare la giustizia sociale nel contesto economico contemporaneo.
La Dottrina Sociale della Chiesa ci fornisce risposte convincenti e stimolanti, inoltre ci vuole la
volontà politica di modificare il modello di sviluppo che significa abbandonare una visione
esclusivamente quantitativa e illimitata della crescita a favore di una qualitativa e di condivisione.
La fine del ventesimo secolo ha dato all’impresa un rinnovato prestigio ed un ruolo di protagonista
che ne mette maggiormente in luce le responsabilità.
Va quindi riconsiderata la responsabilità sociale dell’impresa e anche quella del lavoratore, ai rischi
di un individualismo esasperato, dei diritti spesso negati, si contrappone l’apertura di nuovi scenari
sul fronte delle responsabilità individuali e delle imprese. Esiste una responsabilità sociale del
lavoratore, dell’imprenditore e dell’impresa. I due termini “responsabilità” e “sociale” legano
lavoratori e imprenditori a un duplice impegno: quello di essere coerenti con degli impegni assunti
ed esserlo davanti alla società, ovvero alla comunità complessivamente intesa. La responsabilità
sociale chiama in causa l’etica quindi il comportamento pratico davanti al “bene” e il “male”.
Parlare di responsabilità sociale significa dare un senso ancora più forte al lavoro, al modo in cui
viene svolto, perché coinvolge la struttura di valori più profondi dell’individuo e questi sono
direttamente connessi con la responsabilità personale.
L’imprenditore ha una grande responsabilità nei confronti dei lavoratori, della società e del contesto
economico in generale.
Le sue scelte infatti hanno ripercussioni sulle condizioni di vita dei lavoratori, sul contesto
economico locale e nazionale.
Sempre di più ormai vediamo che il successo di un impresa cammina non solo sulle gambe
dell’imprenditore, ma su quelle degli azionisti, dei lavoratori e dei consumatori. Si apre un campo
ancora molto da esplorare che mette al centro del sistema di relazioni la democrazia economica e la
partecipazione, è il concetto di impresa come comunità che si afferma in questa visione.
Non si tratta di semplificare rispetto alla grande condizione di competitività nella quale si dibattono
oggi le aziende, al contrario, si tratta di affermare una modalità, una strategia competitiva. Imprese
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socialmente responsabili, fortemente partecipative, che si ispirano a principi di democrazia
economica, sono altrettanto competitive.
Un benessere condiviso è il nuovo senso del lavoro nella sua più ampia accezione.
E’ una delle forme di responsabilità sociale che gli attori si scambiano, talvolta anche
conflittualmente, ma non più in maniera antagonista.
Questo dovrebbe portare a soluzioni socialmente condivise anche nei momenti di difficoltà
economica, che distribuiscano anche gli oneri oltre gli onori, con equità tra tutti gli attori.
Un convincimento basilare della Dottrina sociale della Chiesa è che il benessere economico di un
Paese non si misura dalla quantità di beni di cui dispongono i suoi componenti, bensì dalla loro
giusta distribuzione, di modo che tutti abbiano a disposizione ciò che serve allo sviluppo e alle
proprie necessità.
Anche il Papa Benedetto XVI ha ricordato in occasione del recente Sinodo: “ chi costruisce solo
sulle cose visibili, come il successo, la carriera e i soldi rischia poi di perdere tutto”.
Sui cambiamenti che investono il mondo del lavoro, la comunità cristiana e le organizzazioni sociali
tra queste le Acli, hanno il compito importante di portare un loro contributo specifico, nella
direzione di accompagnare i cambiamenti ed accogliere le innovazioni, sapendo trovare forme
nuove e concrete per riaffermare la centralità della persona che lavora.
Su questa strada le Acli ritengono sia necessario ri-socializzare il lavoro, che vuol dire innanzitutto
“ricostruire insieme un nuovo senso del lavoro”, “ridare al lavoro un significato condiviso”.
Oggi il lavoro si è “relativizzato”. Frammentato e individualizzato, ha perso identità e significato,
ha aumentato il suo costo ma non il suo valore.
Non è più sufficiente, per quanto indispensabile, dare risposte concrete ai problemi contingenti,
diventa fondamentale impegnarsi a ricreare legami e reti di vicinanza non solo tra lavoratori, ma tra
questi e il territorio.
Recuperare la socialità del lavoro significa ricostruire relazioni e solidarietà per superare le
situazioni di solitudine, di difficoltà, ed incomunicabilità nelle quali i lavoratori sempre più spesso
si trovano a operare.
Fare gruppo è il modo di passare dalla società liquida a quella del coagulo, alla valorizzazione del
capitale sociale che è promotore di sviluppo.
A partire da quest’opera complessiva di “risocializzazione” potrà essere possibile affrontare le
nuove sfide del mondo del lavoro nella prospettiva del mutamento e non nell’irrigidimento: la prima
è tutelare tutte le forme di lavoro, in particolare quelle atipiche, partendo da una riforma organica
degli ammortizzatori sociali, fino ad arrivare alla soppressione delle varie forme di illegalità che
sono il primo attentato alla sicurezza dei lavoratori.
La seconda è la consapevolezza che un mercato aperto, in una società della conoscenza richiede una
sempre maggiore professionalizzazione del lavoratore.
C’è dunque bisogno di una formazione continua che colga anche l’importanza di offrire criteri
intelligenti di scelta per indirizzare la propria carriera professionale.
In questi giorni in piena crisi del sistema finanziario mondiale, con tutta la scia di difficoltà che
porta nell’economia reale, rende evidente che il primato della finanza sull’impresa, sta mostrando
tutta la sua capacità distruttiva.
Come dicono in molti questa crisi però può essere un’opportunità per ripensare ai modelli di
economia, di sviluppo, di stili di vita che vogliamo.
Si tratta di tornare ad un’imprenditoria ancorata all’economia reale, al prodotto, alla relazione di
fiducia, all’investimento nell’innovazione, alla visione a lungo periodo, al valore della cultura e di
un sapere costruito sull’esperienza, alla centralità della persona, a una cultura del fare impresa, a
una cultura organizzativa fondata sull’etica.
L’obiettivo di fondo dovrebbe essere quello di contribuire all’affermazione di uno sviluppo
sostenibile, tanto a livello locale, quanto su dimensione globale.
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Il che significa uscire dalla mera valutazione del risultato economico a breve, per perseguire,
attraverso una competitività responsabile e bilanciata degli interessi, una crescita del benessere e
della complessiva qualità della vita delle persone e delle comunità.
Per concludere, di fronte alle complessità sociali è importante che da parte delle diverse istituzioni
sia assunto un imperativo etico oltre che morale e che a mio parere è quello: che ognuno di noi nel
ruolo che possiede debba impegnarsi a favore di uno sviluppo reale, di un progresso vero, di una
legalità che diventi una forma di pensiero e di azione.
Siamo tutti riportati a questa responsabilità oltre che a un’urgenza formativa indispensabile e a cui
dobbiamo dedicare il tempo e la passione e soprattutto con l’esempio, per dare speranza e per ben
educare le generazioni future.
Occorre essere sentinelle attente e illuminate dalla Parola di Dio, che aiuta, sostiene, favorisce il
discernimento, per saper trovare anche in tempi difficili la direzione del cammino da intraprendere.

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