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2) Lo stato sociale come opportunità: il Welfare generativo.

TIZIANO VECCHIATO   è direttore della Fondazione Emanuela Zancan, Centro Studi e Ricerca Sociale. Autore di 400 pubblicazioni sui temi della povertà, la valutazione di esito e impatto, il welfare attuale e futuro.


Sintesi dell’incontro

Nel nostro primo incontro il welfare era stato definito come una riflessione sullo stato e su come uno stato pensa se stesso in rapporto alla distribuzione e alla redistribuzione delle risorse per il bene comune.  Tiziano Vecchiato, presidente della Fondazione Zancan ci ha dato un’altra definizione di welfare: prendersi cura di noi stessi e degli altri per l’intero arco della vita. Se una delle nostre domande di partenza erano se il welfare sia da considerarsi un valore, allora queste due definizioni insieme, credo, ci permettono di rispondere affermativamente precisandone e delineandone i tratti sia sotto il profilo sociale sia sotto il profilo umano.

Le prime INVENZIONI di forme assolutamente nuove, inedite, di cura dell’altro – ci ha detto Vecchiato – sono state prodotte – e conseguentemente a queste – molte discipline e abilità, da un atto visionario  di chi voleva prendersi cura dell’altro più debole, più fragile, più bisognoso.

Ma negli ultimi 50 anni non siamo stati capaci di inventare più nulla di nuovo; ci siamo solamente impegnati a produrre leggi e organizzazioni, ma non soluzioni nuove.

Il welfare statale si è assunto una responsabilità assai gravosa: produrre servizi per persone e famiglie. La delega allo stato, però, ha finito per deresponsabilizzare i cittadini – utenti e destinatari dei servizi -; e questi, nel tempo, hanno maturato l’idea di un welfare come diritto individuale, derivante dal fatto stesso di essere cittadino e di pagare le tasse (dovere corrispondente).

Oggi c’è chi sostiene che il welfare non sarà sostenibile e possibile perché c’è troppa evasione fiscale; perché gli interessi sul debito nazionale sono troppo alti; perché la popolazione anziana è destinata a diventare sempre più numerosa. Lo stato sociale, dunque, dovrà essere sostituito dalla solidarietà.

Ma se riconosciamo il welfare come valore – per i motivi di cui sopra – come un tratto importante di civiltà quale futuro per il welfare? Cosa cambiare? Come aprire nuove prospettive?

La prospettiva nuova è quella di recuperare il welfare dal punto di vista concettuale non più come un diritto individuale, ma piuttosto come un diritto sociale; che significa riconoscere come soggetto di welfare non l’io, l’individuo, ma il noi; ossia gettare uno sguardo d’insieme sulla società individuando tra i cittadini i bisogni reali, effettivi a cui dare risposte in una logica di solidarietà dove non tutto è dato a tutti, ma dove tutti concorrono a dare a chi ha bisogno. Un concetto diverso di solidarietà, mirata pensata, non una beneficienza non un dare indiscriminato ma un dare secondo le necessità di cui tutti siamo chiamati a farci carico, senza vincolare il nostro dare necessariamente a un tornaconto immediato e personale.

Insomma ci viene chiesto un cambio di passo, un cambio di mentalità, un nuovo modo di pensarsi cittadini, più consapevoli e più responsabili ed anche più attivi. Capaci di dare vita e di immaginare soluzioni  e dare contributi e risposte per il bene comune per prendersi cura degli altri. Con quello stesso piglio visionario con cui nel corso del XIX secolo si era dato vita a strutture di accoglienza, asili, scuole di formazione, ospedali, cooperative generando abilità, professionalità e solidarietà. E’ indispensabile recuperare questa capacità di generare, di inventare. Il nuovo welfare, il solo possibile è quello che sarà, perciò, solo quello in grado di generare risorse. Il Welafre generativo.  Quello che distribuisce aiuto e sostegno, ma che mette chi viene aiutato nella condizione di aiutare a sua volta, quello che responsabilizza la persona mettendola al centro e facendone un  motore

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