Manifesto della diversità e dell’unità umana

La diversità umana

 Per capire la diversità umana dobbiamo partire dalle popolazioni, non dalle razze.

L’umanità è una rete di persone che, aggregandosi in gruppi sociali in comunicazione tra loro e in continuo cambiamento nel tempo, mescolano le loro idee e il loro patrimonio genetico. Si tratta di insiemi di persone, a volte anche piccoli, che condividono uno spazio, una storia e una cultura: le popolazioni. Le differenze genetiche tra individui che appartengono a una stessa popolazione sono, in media, poco più piccole di quelle tra individui che appartengono a continenti diversi. Inoltre, in una singola popolazione è già presente una parte rilevante di tutta la diversità genetica umana. Quindi, non ha alcun fondamento scientifico l’idea delle “razze umane”, secondo cui pochi ed elementari raggruppamenti sarebbero in grado di esprimere la diversità biologica, fisica e comportamentale della nostra specie, Homo sapiens.

L’omogeneità biologica dell’umanità è un fatto.

Gli esseri umani sono straordinariamente simili da un punto di vista genetico: da qualsiasi parte del mondo provengano, condividono più del 99% del loro DNA e quel meno dell’1% che rimane non produce alcuna coerente classificazione razziale. La percezione della diversità è influenzata dalle evidenti differenze dei caratteri fisici, come il colore della pelle, che sono il risultato dell’adattamento all’ambiente a livello di pochi geni e che non hanno nulla a che vedere con comportamenti o attitudini. Comportamenti e attitudini sono, invece, forgiati dai contesti sociali in cui il caso ha fatto nascere e crescere ogni persona. Pertanto, l’omogeneità biologica della nostra specie è un fatto, così come lo è la diversità delle nostre caratteristiche individuali e sociali.

La diversità umana è un valore e una ricchezza.

Per quanto esigua, la diversità genetica tra le popolazioni contiene molte informazioni per ricostruire eventi del passato, come le migrazioni, i genocidi o le epidemie. La variabilità, presente da tempo immemore nella nostra specie, ha permesso a Homo sapiens di adattarsi e prosperare negli ambienti più disparati, mentre il mescolamento tra gruppi con geni e istanze culturali diverse ha reso possibile la formazione di umanità plurali, in continua evoluzione e trasformazione. Quindi, la diversità umana non è, e non deve diventare, uno strumento di discriminazione, ma va vista per quello che realmente è: una chiave del nostro successo evolutivo, un valore per il presente e una ricchezza da preservare per il futuro.


Il razzismo

 Il razzismo fa male, a tutti.

Anche se il concetto di razza non ha alcuna base scientifica, il razzismo – l’idea che le capacità cognitive e le qualità morali di ogni individuo siano diverse a seconda della sua origine o dell’aspetto esteriore – è vivo e vegeto. Il passato ci ricorda che gli atteggiamenti collettivi di ostilità generati dal razzismo hanno portato alle più grandi tragedie umane: persecuzioni, eccidi e genocidi. Oggi, la reazione a catena tra crisi ambientaleimpoverimento della popolazione, necessità di migrare e crescita dell’intolleranza verso i nuovi arrivati investe ogni parte del mondo. Le sofferenze individuali e collettive, il disagio e il conflitto sociale, con l’ulteriore razzismo che viene generato, si stanno diffondendo a macchia d’olio fino a toccare ogni Paese, ogni gruppo sociale, ogni persona.

Forme vecchie e nuove di razzismo convivono nella società.

Coesistono oggi nella società diverse forme di razzismo. Persiste quello “tradizionale”, basato sull’associazione tra la percezione della diversità fisica e pregiudizi sulle qualità cognitive e morali degli individui dei “gruppi inferiori”. A questo si aggiunge il cosiddetto “neo-razzismo“, secondo cui le differenze culturali e religiose separano irrimediabilmente i gruppi umani e giustificano politiche e atti discriminatori. Il nuovo antisemitismo, lo jihadismo, l’islamofobia e altre forme di persecuzione religiosa dimostrano il suo enorme potenziale disgregativo per la società.

Il razzismo si combatte condividendo i saperi e mettendo al centro la persona.

Per contrastare il razzismo è necessario agire a diversi livelli. Sul piano della conoscenza, è doveroso contrapporre sia la straordinaria ricchezza delle diversità culturali che l’umanità ha costruito nel suo lungo cammino storico, sia il ruolo insostituibile giocato dalle differenze biologiche nell’adattamento delle popolazioni umane agli ambienti. Sul piano dei rapporti umani, è importante mettere al centro la persona, al di là di ogni categoria astratta, come la razza o l’etnia, che oscura i suoi valori. Sul piano civile e politico, va condivisa e messa in pratica l’uguaglianza tra gli esseri umani nei diritti e nei doveri e nel pieno rispetto dei principi della nostra Costituzione e delle norme che ne derivano.

La ricerca di una vera e fruttuosa convivenza è una responsabilità collettiva.

Per evitare che il razzismo cancelli il senso umano di comunanza e solidarietà, beni indispensabili per una vera e fruttuosa convivenza, è necessario che tutti, pur mantenendo la propria identità, siano consapevoli di essere legati agli altri dall’appartenenza a una più grande comunità, l’umanità, e da uno stesso destino, quello di cittadini del mondo.


Gli Italiani

Le radici profonde degli Italiani, come di tutta l’umanità, sono africane.

Oggi siamo Italiani ed Europei, ma le nostre origini profonde, come quelle di tutta l’umanità, sono africane. La genetica, la paleoantropologia, l’archeologia e la linguistica ci dicono concordemente che la nostra specie, Homo sapiens, con le sue “novità evolutive” – anatomiche e cognitive – è comparsa in Africa intorno a 250.000 anni fa. Successivamente, passando per il Medio Oriente, i primi gruppi umani hanno occupato l’Europa in più ondate. Gruppi di cacciatori-raccoglitori paleolitici avrebbero raggiunto l’Italia circa 45.000 anni fa, mentre i primi agricoltori neolitici sarebbero approdati nel nostro continente intorno a 9.000 anni fa.

Gli Italiani hanno la loro identità nella diversità dei geni, delle culture e delle lingue.

Sul primo popolamento di origine africana, si sono stratificati nel tempo numerosi altri apporti. Dall’Età del rame in poi, si sono succeduti arrivi di popolazioni da nord e da est, come i Celti e i Longobardi, da sud, i Greci, dal Medio Oriente, i Fenici, e dall’Africa settentrionale, gli Arabi. Migrazioni più recenti, fino al XIX secolo, hanno portato altri gruppi provenienti da varie parti d’Europa a stabilirsi in Italia e hanno contribuito alla presenza nel nostro territorio di numerose minoranze etno-linguistiche. Questi molteplici ed eterogenei movimenti di popolazioni verso il nostro Paese trovano riscontro nella diversità genetica e linguistica tra le popolazioni italiane, la maggiore in Europa. In definitiva, l’Italia è nella genetica, nella lingua e nella cultura ciò che è nella sua configurazione geografica: un ponte sospeso tra l’Europa e il Mediterraneo.

I migranti hanno contribuito al progresso della società in Italia e altrove.

Per molti aspetti della sua ricchezza, sia materiale che culturale, l’Italia ha un debito verso i molti stranieri immigrati che sono diventati parte integrante del suo tessuto sociale, così come altri Paesi devono riconoscenza agli Italiani emigranti che hanno contribuito al loro progresso. A questa realtà se ne contrappone un’altra: il nostro passato colonialistarazzista e antisemita, con tutto ciò che questo ha comportato per il destino di molte persone e di intere comunità. La storia ci manda un messaggio: per vivere al meglio il presente e affrontare adeguatamente il futuro è necessario che tutti – quali che siano le origini, le caratteristiche fisiche, la cultura o la religione – si impegnino pubblicamente contro qualsiasi forma di discriminazione e intolleranza.