Archivi categoria: 2017

5 – LA CRISI DELLA CITTA’… E’ L’ALTRA FACCIA DELLA CRISI DELLA NATURA

5 LA CRISI DELLA CITTA’… E’ L’ALTRA FACCIA DELLA CRISI DELLA NATURA” (I.CALVINO). RIPENSARE LA CITTA’ PARTENDO DALLA TERRA

data: venerdì 24 febbraio 2017

relatore: Carlo Petrini, scrittore e fondatore di Slow Food

 

Carlo Petrini, enogastronomo dal 1977, collabora con i principali periodici e giornali italiani e partecipa attivamente alla nascita, con Stefano Bonilli, del Gambero Rosso, inizialmente inserto mensile del Manifesto.
All’inizio degli anni ’80 fonda l’Associazione Arcigola. Nel 1989, a Parigi, viene sottoscritto da venti delegazioni provenienti da diversi paesi del mondo il Manifesto del Movimento Internazionale Slow Food, di cui viene eletto presidente, mantenendo la carica fino ad oggi. Sostenitore di una agricoltura maggiormente “compatibile”, elabora negli anni l’idea di una “ecogastronomia” che guarda al cibo come risultato di processi culturali, storici, economici e ambientali, e riconosce nell’economia locale la possibile via d’uscita per  riconquistare la sovranità alimentare contro lo strapotere dell’industria agroalimentare.
È ideatore di importanti manifestazioni ormai di rilievo  internazionale come il Salone del Gusto di Torino e dal
2006 della manifestazione Terra Madre,

La serata

CARLO PETRINI, è stato nostro relatore inserendoci in un’agenda fittissima d’impegni anche in contesti ben più prestigiosi del nostro. ci ha regalato una bella pagina di riflessione per Treviso. Serata organizzata in compartecipazione ed in rete con altre realtà che operano a Treviso, Banca Etica e l’Associazione Partecipare il Presente.

La serata è coincisa con la festa del Risparmio Energetico ,promossa con il nome di M’ILLUMINO di MENO.

E’ stata nostra cura, in linea con i temi trattati, ridurre le luci della sala dell’auditurium per partecipare all’iniziativa.

 

 


Realizzare 10.000 orti buoni, puliti e giusti nelle scuole e nei villaggi africani significa garantire alle comunità cibo fresco e sano, ma anche formare una rete di leader consapevoli del valore della propria terra e della propria cultura; protagonisti del cambiamento e del futuro di questo continente.


audio
E’ disponibile il file audio della serata

Dibattito


Approfondimento

“Spendono i soldi per le mutande firmate e non per il cibo.
Ma quello che mangio entra dentro e diventa Carlo Petrini, mentre le mutande restano fuori”

la storia di un sogno e soprattutto delle persone che lo hanno lentamente realizzato.

l’avventura culturale è iniziata nell’86 da Petrini per reagire alla cultura del fast food e restituire dignità ai contadini e piccoli produttori oppressi dalla grande distribuzione.
Partendo da Bra, cittadina delle Langhe, e da tre giovanotti: al fianco di Carlo Petrini ci sono Azio Citi e Giovanni Ravinale. Sognavano la riscossa del mondo contadino, fondarono Radio Bra Onde Rosse, la prima Radio libera d’Europa. Chiusa e sigillata una volta a settimana, puntualmente riaperta, sostenuta da Dario Fo. Crescendo, il trio continua a tempestare di iniziativa la cittadina.
La marcia slow. Una rivoluzione all’insegna del diritto al piacere. Tutte le tappe, dall’osteria Boccon di vino dove Carlìn e gli amici servono ai tavoli, all’Arcigola al Gambero Rosso, dalla nascita di Slow Food fino a Terra madre e Eataly.

Movimento per la tutela e il diritto al piacere
Nata Arcigola e fondata in Piemonte nel 1986 da Carlo Petrini, Slow Food diventa internazionale nel 1989 come «Movimento per la tutela e il diritto al piacere» e un manifesto d’intenti che pone l’associazione come antidoto alla «Follia universale della “fast life”» e «Contro coloro, e sono i più, che confondono l’efficienza con la frenesia, [a cui] proponiamo il vaccino di un’adeguata porzione di piaceri sensuali assicurati, da praticarsi in lento e prolungato godimento». Si iniziava dalla tavola, dal piacere garantito da convivialità, storia e cultura locali, per arrivare a una nuova gastronomia che presuppone anche una nuova agricoltura dove la sostenibilità (ambientale e sociale) è imprescindibile. Oggi rinnoviamo la fiducia nel diritto al piacere che ci ha portati a salvaguardare biodiversità e tradizioni, a educare al gusto e all’alimentazione consapevole, a organizzare il Salone del Gusto e Terra Madre, il più grande appuntamento internazionale dedicato al cibo, a fondare l’Università di Scienze Gastronomiche e a tessere la tela della grande rete delle Comunità del cibo di Terra Madre.

sensibilità ambientale
«Per dirla tutta: un gastronomo che non ha sensibilità ambientale è uno stupido; ma un ecologista che non ha sensibilità gastronomica è triste nonché incapace di conoscere le culture su cui vuole operare. Meglio l’ecogastronomia dunque» dichiara Carlo Petrini in Buono, pulito e giusto (Einaudi, Torino 2005)

«Le culture tradizionali hanno creato un patrimonio gigantesco di ricette, preparazioni, trasformazioni dei cibi locali o di facile accesso. Anche nelle zone del mondo più colpite dalla malnutrizione. Questi saperi gastronomici sono strettamente connessi con la biodiversità e rappresentano sia il modo per utilizzarla, sia il modo per difenderla. In più danno piacere, organolettico e anche intellettuale, perché simbolo di una cultura identitaria.»

4 – LE RELAZIONI UMANE NEL CONTESTO URBANO

4 LE RELAZIONI UMANE NEL CONTESTO URBANO: DISAGIO, EMPOWERMENT COMUNITARIO, DIALOGO E PARTECIPAZIONE

data: giovedì 16 febbraio 2017

relatore: Stefano Laffi, ricercatore sociale sociologo

 

STEFANO LAFFI

Laureato in economia politica presso l’Università Bocconi e dottorato in sociologia presso l’Università Statale, ha insegnanto sociologia urbana presso l’Università Bicocca e il Politecnico di Milano, e ha curato corsi e seminari presso l’Università Cattolica di Milano e diverse Scuole superiori per le professioni sociali in Italia e in Svizzera. Oggi svolge stabilmente l’attività di ricercatore presso l’agenzia di ricerca sociale Codici di Milano (www.codiciricerche.it), che ha cofondato nel 2005.

Collabora per alcune riviste (Lo Straniero, Gli asini), ha lavorato anche per Rai e Radiopopolare, per il Ministero delle Politiche giovanili e quello del Welfare, per diverse Aziende Sanitarie. Fra i temi di ricerca, analisi e intervento sociale si segnalano quelli delle culture giovanili, dei consumi e delle dipendenze, dell’innovazione tecnologica e del mutamento sociale, dei processi di emarginazione e impoverimento. Privilegiando i processi partecipatrivi e la “presa di parola” da parte dei cittadini, ha condotto negli ultimi anni fra gli altri la nascita di cantieri narrativi di gruppi giovanili (i ravers a Milano), percorsi di autobiografia comunitaria dei giovani di una città (Piacenza), esperimenti di giovani redazioni diffuse sul territorio nazionale (teen press), progetti di arte pubblica basati sulle storie di vita e le fotografie di famiglia (foresta nascosta a S.Giuliano; foresta bianca a Rosgnano), la redazione di un “manifesto sulle passioni” dell’associazione dei genitori di Mezzago e di un manifesto sul rapporto fra tecnologia ed educazione (educazione 2.0). Sul sito di Codici sono disponibili i suoi interventi, è in corso di stampa presso l’editore Feltrinelli un volume sulla condizione giovanile e il rapporto fra le generazioni.

audio
E’ disponibile il file audio della serata

3 – TAKING CARE – PROGETTARE PER IL BENE COMUNE

3  “TAKING CARE – PROGETTARE PER IL BENE COMUNE”

data:  venerdì 10 febbraio 2017

relatore: Simone Sfriso, architetto – STUDIO TAMassociati

 

SIMONE SFRISO

Nato a Londra nel 1966, si laurea in Architettura all’Università IUAV di Venezia. Nello stesso ateneo, dal 1999 al 2006 è collaboratore alla didattica e Cultore della materia per l’area Urbanistica. È socio fondatore di TAMassociati, studio di progettazione impegnato da oltre quindici anni anni nel promuovere un’architettura sostenibile e partecipata. Questa visione dell’architettura trova applicazione in una gamma di progetti variegati: negli spazi pubblici, nella cooperazione internazionale, nell’abitare solidale, nella comunicazione sociale… Lo studio ha vinto numerosi premi internazionali, tra i quali la Menzione d’onore al Premio Medaglia d’Oro all’Architettura Italiana nel 2012, l’Aga Khan Award for Architecture nel 2013, Architetti italiani dell’anno 2014. Allo studio è stata affidata la curatela (su progetto di Sfriso) del Padiglione Italia alla 15esima Biennale di Architettura di Venezia, che si svolge nell’estate 2016.

Non basta la ricerca della bellezza nel progetto, perché ha ancora più valore servire un altro tipo di bellezza: la qualità della vita delle persone, la loro armonia con l’ambiente, l’incontro e l’aiuto reciproco. Anche per questo è importante che il punto di vista degli abitanti del luogo contribuisca sempre all’analisi della pianificazione urbanistica. (LS, 150)


TAMassociati (fondato nel 1996) con sede a Venezia, Bologna, Trieste e Parigi, coniuga impegno civile e professione, operando nell’architettura sostenibile, nell’urbanistica, nella progettazione del paesaggio, nella conduzione di processi partecipativi e didattici, nella grafica e nella comunicazione sociale. Numerosi i premi e i riconoscimenti: nel 2013 ha ottenuto il premio Aga Khan per l’architettura per l’eccellenza rappresentata dal Centro Salam di cardiochirurgia in Sudan, il premio internazionale Ius-Capocchin per la realizzazione dell’ospedale pediatrico più sostenibile al mondo (Port Sudan) e il Curry Stone Design Prize. Nel 2014 ha vinto lo Zumtobel Group Award per l’innovazione e la sostenibilità rappresentate dall’ospedale pediatrico realizzato in Sudan. Celebrato come Architetto Italiano dell’anno 2014 “per la capacità di valorizzare la dimensione etica della professione”, TAMassociati ha esposto i propri lavori in numerose mostre ed eventi internazionali, tra cui “Architecture is Life” presso l’Aga Khan University di Karachi (Pakistan, 2014); “Five Projects for a Sustainable World” alla Cité de l’Architecture et du Patrimoine (Parigi, 2014); “AFRITECTURE – Building Social Change” presso la Pinakothek der Moderne (Monaco di Baviera, 2013); Triennale di Architettura di Milano, 2012; Mostre Internazionali di Architettura della Biennale di Venezia, edizioni 2012 e 2010. Attualmente lo studio è impegnato in Uganda, Senegal, Italia e Afghanistan. Il team di TAMassociati: Massimo Lepore, Raul Pantaleo, Simone Sfriso con Laura Candelpergher, Annamaria Draghetti, Elisabetta Facchinetti, Marta Gerardi, Emanuela Not, Enrico Vianello. Collaboratori: Oliviero Blasetti, Milena D’Acunto, Valentina Milan.



audio

E’ disponibile il file audio della Serata

Lo studio veneziano fa l’en plein: curatori del Padiglione Italia e invitati alla mostra principale, dove esporranno parte del loro lavoro in Africa. A specchio di un consolidato modo di lavorare, “Taking care/Progettare per il bene comune” sarà un Padiglione “low cost” basato sul riciclo e l’ottimizzazione dei costi, con tre sezioni che esporranno progetti in grado di dare risposte concrete alle necessità della comunità

Alejandro Aravena vorrebbe che la Biennale di quest’anno offrisse un punto di vista come quello di Maria Reiche, l’archeologa che attraversava il deserto sudamericano portando con sé una scala di metallo per osservare dall’alto i geroglifici delle Linee di Nazca. E voi, salendo sulla vostra scala immaginaria, che cosa avete osservato?

L’invito di Aravena è di osservare l’architettura assumendo un campo visuale diverso. Ci ha colpito molto il paradosso che Aravena richiama affermando che “non c’è peggior cosa di dar risposte giuste a domande sbagliate”. Questo è un modo di pensare che ci accomuna al curatore della 15° Biennale, perché è proprio nella ricerca delle domande che, secondo noi, un progettista dovrebbe porre la base fondamentale del suo lavoro. Nel nostro studio, quando lavoriamo a progetti in luoghi critici, nelle periferie italiane o in altri contesti problematici, cerchiamo sempre di riscontrare quali siano le domande giuste da porsi, e spesso cerchiamo domande scomode, alle quali non è facile dare una risposta. Perché è da queste domande che scaturiscono risposte traducibili nella buona architettura, ossia in un’architettura in grado di offrire dignità e diritti alle persone a cui è rivolta.

Nel concept del Padiglione Italia siamo partiti proprio da questo presupposto. Ci siamo chiesti: quali sono le domande giuste che ci dobbiamo porre, quali le risposte che vogliamo ottenere in forma di progetti da presentare all’interno della mostra? Alcune di queste domande sono, ad esempio: in che cosa risiede effettivamente il valore sociale dell’architettura? Quali sono i parametri che oggi dovrebbero definire una buona opera di architettura? Perché una collettività dovrebbe riconoscersi nell’architettura? E, soprattutto, come può l’architettura contribuire a creare un “bene comune”? E per trovare risposte a queste domande siamo “scesi in strada”, abbiamo cercato architetture che avessero la capacità di narrare storie fatte di lavoro progettuale e di risposte concrete alle necessità, ma anche di capacità di coinvolgimento delle comunità a cui si rivolgono.

Il coinvolgimento delle comunità e delle persone, e quindi la “partecipazione” nel processo del progetto, mi sembra uno dei punti di attenzione del concept di “Taking Care/Progettare per il bene comune”. Come si è declinato questo tema nella scelta dei progetti selezionati?

I venti progetti selezionati, elaborati da altrettanti studi italiani, sono tutti accomunati da una capacità di dare risposte raccontando storie a più voci, facendo emergere il ruolo delle committente e degli architetti ma anche delle comunità coinvolte. In sostanza, la nostra selezione è partita da una riflessione attorno ai “beni comuni”: cosa sono, cosa significano oggi? L’articolazione del concetto di “bene comune” ha assunto nel nostro tempo una progressiva sofisticazione, con tante declinazioni. E i progetti selezionati contengono 20 buone pratiche che affermano l’importanza del bene comune. Sono una collezione di buoni esempi, anche molto diversi tra loro, localizzati in Italia e all’estero, che nonostante la diversità di scala, di dimensione, di funzione (l’abitare, il lavoro, la salute, l’istruzione, la cultura) sono legati all’azione concreta e sono una prova di come l’architettura possa essere veicolo capace di condurre ai valori della cultura, della socialità, della partecipazione, della salute, dell’integrazione, della legalità. La mostra al Padiglione Italia presenta così un caleidoscopio di esperienze che dimostrano come si possano intendere i medesimi concetti che dicevamo prima a prescindere dal budget o dal tipo di committenza. E quindi possiamo incontrare la storia di un’amministrazione pubblica che stanzia risorse limitate per la riqualificazione di una strada e dello studio di architettura incaricato del progetto che trasforma l’occasione in un riassetto complessivo del paesaggio. Oppure, la storia di un gruppo di architetti che realizza, con risorse limitate e coinvolgendo la comunità locale, un centro culturale che servirà di esempio per altri centri simili. E anche la storia di un ente che riqualifica uno stabilimento dismesso per realizzare un centro d’innovazione scientifica, perché crede nel valore della scienza come bene comune.

 

Pensare, Incontrare, Agire. Sono le tre sezioni in cui si articola il Padiglione Italia. La prima, più teorica, è dedicata al contributo di esponenti della cultura contemporanea sul tema del “bene comune”; la seconda presenta la selezione dei 20 progetti già ricordati; la terza, infine, è riservata a una sperimentazione progettuale sul campo. Di che cosa si tratta? 

La sezione Agire presenta cinque progetti inediti realizzati per conto di altrettante associazioni impegnate in aree periferiche del territorio italiano per contrastare i fenomeni di marginalità. Sono cinque “artefatti”, o dispositivi mobili ideati attraverso un continuo lavoro partecipato tra progettisti e associazioni. Ognuno di questi è destinato alle stesse associazioni che hanno contribuito al progetto, affinché vengano attivati sul territorio, contribuendo a migliorare la qualità della vita in contesti difficili. In questo modo abbiamo voluto portare nella mostra progetti di architettura e azioni di grande concretezza, in grado di diventare presidi a favore della legalità, della salute, della cultura, del lavoro, dello sport. Questo risponde alla nostra intenzione di far germogliare e riprodurre al di fuori della Biennale le proposte che presentiamo. E vorremmo che questi progetti attivassero un processo di risveglio civile. La realizzazione dei cinque dispositivi sarà finanziata da sponsorizzazioni private e dai proventi di una campagna di crowdfunding civico che verrà avviata in occasione dell’inaugurazione della mostra.

Da quanto dite si capisce che il Padiglione Italia di quest’anno sarà diverso dal solito, direi anche anticonformista rispetto a quello che abbiamo visto nelle precedenti edizioni.

Il nostro studio si è sempre posto l’idea di ribaltare la filiera tradizionale del progetto, partendo dal basso e ascoltando le necessità delle persone. I nostri progetti nascono in questo modo e i recenti interventi di co-housing in Italia ne sono un evidente esempio, perché sono progetti partecipativi che nascono dal coinvolgimento delle persone. Il modo in cui abbiamo pensato il Padiglione Italia rispecchia il nostro modo di lavorare, d’intendere l’architettura. E questo fino alle scelte per l’allestimento “low-cost” che evita il superfluo, ottimizza i costi, ricicla alcuni elementi da allestimenti precedenti. Un altro aspetto che abbiamo voluto portare all’interno del Padiglione, e che abbiamo mutuato dall’esperienza dei processi partecipativi, è il ricorso al mondo visivo dei fumetti, che ormai da anni appartiene al metodo di comunicazione del nostro studio.


Un progetto a km 0

Ecoquartiere Quattro Passi

È un piccolo “borgo solidale” posizionato tra il centro abitato e la campagna di Villorba (Treviso), formato da otto edifici collocati ai bordi di una grande area verde comune pedonale dedicata in parte all’orto e ai giochi di bambini e ragazzi. Nella “casa comune” di circa 200 mq sono previsti spazi polifunzionali (per riunioni, feste e lo studio dei ragazzi), una cucina, un’officina per il bricolage, un locale per gli ospiti, un magazzino alimentare per gli acquisti di gruppo. Lo stesso edificio ospita la centrale termica a biomassa, i pannelli solari per la produzione dell’acqua calda sanitaria e i fotovoltaici per l’energia elettrica: questi impianti alimentano tutte le abitazioni e hanno permesso, insieme alle tecniche costruttive e alla coibentazione, il raggiungimento della Classe A. Anche a Villorba i progettisti hanno messo a punto tutti gli aspetti dell’intervento attraverso una forma di completa partecipazione dei futuri abitanti del “borgo”, mirando al raggiungimento di un nuovo modello dell’abitare contemporaneo attento ai valori della socialità e al rispetto dell’ambiente.

 

volume complessivo: 3.506 mc

unità abitative: 8 + edificio comune

spazi esterni: 6.000 mq circa

costo totale dell’intervento: € 2.000.000

termine lavori: 2014

2 – NON SIETE PIU’ STRANIERI NE’ OSPITI

data: mercoledì 1 febbraio 2017

relatore: don Cataldo Zuccaro, docente Pontificia Università Urbaniana

Professore Ordinario di Teologia Morale Fondamentale nella Facoltà di Teologia della Pontificia Università Urbaniana di Roma, dove ha ricoperto anche l’incarico di Rettore Magnifico dal 2008 al 2015. È professore incaricato presso l’università statale di Urbino «Carlo Bo». Dal 2007 al 2013 ha prestato il servizio di Assistente Nazionale del Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale – MEIC. La sua riflessione è da sempre attenta a discutere le nozioni fondamentali della morale, anche quando con diversa consapevolezza vengono impiegate nelle tematiche etiche particolari.

 


 

Le pietre e le parole hanno qualcosa in comune ha detto il prof. Riva all’inizio del nostro percorso –aprendoci l’orizzonte sul dibattito relativo al senso del costruire nell’ambito del pensiero postmoderno.Con Don Cataldo Zuccaro ci siamo sofferma ti sul costruire con le parole: abbiamo parlato della costruzione dei cittadini. Un percorso di cittadinanza nuova, quello che ci ha indicato, che per il cristiano non può che partire dall’Eucaristia; intorno alla mensa eucaristica siamo stati chiamati a diventare da stranieri a commensali; da commensali a servi (per amore, sull’ esempio di Cristo); da servi a cittadini nuovi per ridonare gratuitamente ciò che gratuitamente abbiamo ricevuto. E, dunque, accoglienza, dialogo e carità sono i capisaldi fondamentali di cittadina nza nuova e i principi ispiratori delle leggi, del governo e della condotta personale

 


audio

E’ disponibile il file audio della Serata

1- LE CITTA’ NON SONO ALTRO CHE LA FORMA DEL TEMPO” (I. CALVINO)

data: giovedì 19 gennaio 2017

relatore: Franco Riva, docente Università Cattolica di Milano

Franco Riva

Franco Riva è Professore di Etica sociale, Antropologia filosofica e Filosofia del Dialogo all’Università Cattolica di Milano. La sua ricerca privilegia il motivo dell’alterità, della relazione con l’altro secondo un registro personale. Collabora con la «Rivista del Clero Italiano»; è membro del Comitato scientifico della rivista «Dialoghi», del Comitato scientifico ed Editoriale di Città Aperta Edizioni. Ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra i quali segnaliamo: Premio in Filosofia del Centro di Studi filosofici di Gallarate 1985; Premio Selezione Feudo di Maida 2002; Premio speciale per l’Editoria filosofica 2007.

Tra i suoi libri ricordiamo: La Bibbia e il lavoro. Prospettive etiche e culturali, Edizioni Lavoro, Roma 1997; La politica e la religione (con M. Rizzi), Edizioni lavoro, Roma 2000; La rinuncia al Sé. Intersoggettività ed etica pubblica, Edizioni Lavoro, Roma 2002; Il mio domestico torchio. Stampare di domenica, Palladino Editore, Campobasso 2003; Segni della destinazione. L’ethos occidentale e il sacramento (con P. Sequeri), Cittadella, Assisi 2009; E. Levinas, L’epifania del volto(a cura di); Servitium, Sotto il Monte (Bg) 2010; Come il fuoco. Uomo e denaro, Cittadella, Assisi 2011; La collana spezzata. Comunità e testimonianza, Cittadella, Assisi 2012; Il bene e gli altri. Differenza, universale, solidarietà, Vita e Pensiero, Milano 2012; Bene comune e lavoro sociale con la lettura dei codici etici mondiali, Edizioni Lavoro, Roma 2012; Filosofia del viaggio, Castelvecchi, Roma 2013; La democrazia che verrà, Edizioni Lavoro, Roma 2013; Filosofi del cibo, Castelvecchi, Roma 2015.


 

“La pietra parla, la parola costruisce…”

 

“l’uomo non abita perchè costruisce, ma costruisce perchè abita…”

 

“è abitare che precede il costruire, non viceversa”

(da un illustrazione ottavia – le città invisibili – I. calvino)

Sintesi della relazione

L’idea di città è da sempre presente nella storia, nel racconto e nello sviluppo della civiltà (Bibbia, mitologia indiana-Gilgamesh)
Dove sta la città veramente? La città viene percepita –
le Città invisibili di Calvino lo raccontano molto efficacemente – come realtà ambigua, tra le possibilità che offre e le paure che nasconde. Ambigua perché gli uomini, i suoi abitanti sono ambigui.
Cosè l’ Urbanistica?
= fare un discorso sulla città. Parlare di città significa parlare di uomo. Le pietre e le parole (pensiero, discorso, progetto) hanno qualcosa in comune. Possiamo ancora fare un discorso sull
’uomo, sulla storia? Possiamo fare un discorso sulla città? Qual è il senso del costruire?
È su questo interrogativo che nasce e si sviluppa il pensiero postmoderno a partire dagli anni ’50 del secolo scorso, contro il pensiero moderno, caratterizzato dal razionalismo, che aveva dominato tutta la prima parte del secolo.
Il pensiero PostModerno nega l’esistenza di leggi universali, e rifiuta ogni forma di struttura ideale, ideologica, che proponga una visione ed interpretazione totalizzante dell ’uomo, della storia e della cultura in ogni sua espressione (letteraria, artistica, etc); nella pretesa di poter dare soluzioni uniche e definitive ai suoi bisogni. In modo speciale il costruire diviene lo specchio della
crisi; il razionalismo e il funzionalismo (le Corbusier, Wright, Mies, Gropius) del primo ‘900 nella fiducia di poter creare una teoria, un ’estetica e una pratica migliori e di fornire soluzioni uniche
e definitive ai bisogni dell ’uomo e dell ’abitare, hanno prodotto Uniformità urbana; si è costruito troppo e tutto uguale; l’impressione è quella di aver prodotto strutture da vita in “caserma”;si è arri
vati alla disumanizzazione urbana. È dunque necessario rivedere e ripensare al senso e al modo del costruire. Sullo sfondo il pensiero di Heidegger: non abitiamo perché costruiamo, ma costruiamo perchéabitiamo. L’abitare, che per Heidegger equivale a “essere” precede il costruire. E l’’essere si gioca entro alcuni limiti e coordinate: terra, cielo, dei,mortali.
L’intervento di Riva si è concentrato a partire da un di battito filosofico – che si colloca nel pensiero postmoderno – sul senso del costruire e dell ’abitare avvenuto in occasione della XIX Esposizione Internazionale della Triennale di Milano del 1994, dedicata a “Identità e differenze”. Protagonisti idue filosofi Jean-François Lyotard e Paul Ricoeur.
Lyotard e Ricoeur, nei confronti del gesto architettonico assumono atteggiamenti ben diversi: decostruzionismo per Lyotard; narratività per Ricoeur. Si tratta di modi alternativi di concepire il gesto
architettonico, la costruzione della città degli uomini: ma anche immagini diverse della convivenza com e tentativi di uscire dalla crisi della razionalità moderna. Lyotard: arriva perfino a incriminare la «parola prog etto» come soluzione definitiva al problema dell’abitare, L’incriminazione del progetto è tale da lasciare in conclusione soltanto una domanda:
«come sarà un’architettura così decostruita, un’architettura debole»? All’angoscia ontologica dell’abitare non può esserci, per Lyotard, risposta definitiva e, in questo, il progetto architettonico
scopre la propria intima debolezza. Ricoeur: riconosce alla “parola progetto” la possibilità di narrare, un narrare inteso diversamente dove la parola-progetto Il linguaggio è scandito nel tempo, le parole vengono pronunciate l’una dopo l’altra a formare delle frasi le quali compongono a loro volta una descrizione, un’analisi,delle narrazioni. Il carattere sequenziale del linguaggio è anche un dato tecnico,che però si fonda sulla struttura della mente umana, la quale non è nel tempo ma è essa stessa temporalità vivente, rammemorante, intenzionale il tempo esiste e scorre nella sostanza umana come presente delle cose che sono state, presente delle cose che sono, presente delle cose che saranno, come Cura rivolta al mondo a partire dalla comune finitudine che attraversa tutti e l’intero. Decostruzione e narratività non segnano soltanto degli orizzonti di pensiero nell’epoca della crisi delle certezze;Se ci concentriamo sulla città, il movimento postmodern
o si chiede:Possiamo fare un discorso sulla città? Qual è il senso del costruire? Perché è scoppiato il problema della città? “; crisi di una visione totalizzante dell’uomo, dell’illusione di poter dare una volta per tutte la visione dell’uomo e soluzioni uniche e definitive ai suoi bisogni. Crisi dunque del razionalismo Sullo sfondo il pensiero di Heidegger: non abitiamo perché costruiamo, ma costruiamo perché abitiamo. L’abitare, che per Heidegger equivale a “essere ” precede il costruire. E l’essere si gioca entro alcuni limiti e coordinate: terra,cielo, dei, mortali.L’intervento di Riva si è concentrato a partire da un dibattito filosofico sul senso del costruire e dell’abitare avvenuto in occasione della XIX Esposizione Internazionale della Triennale di Milano del 1994, dedicata a “Identità e differenze” protagonisti i due filosofi Jean-François Lyotard e Paul Ricoeur.
Lyotard e Ricoeur, nei confronti del gesto architettonico assumono atteggiamenti ben diversi: decostruzionismo per Lyotard; narratività per Ricoeur. modi alternativi di concepire il gesto  architettonico, la costruzione della città degli uomini: ma anche immagini diverse della convivenza come tentativi di uscire dalla crisi della razionalità moderna.
Lyotard: arriva perfino a incriminare la «parola progetto» come soluzione definitiva al problema dell’abitare, L’incriminazione del progetto è tale da lasciare in conclusione soltanto una domanda:
«come sarà un’architettura così decostruita, un ’architettura debole»? All ’angoscia ontologica dell’abitare non può esserci, per Lyotard, risposta definitiva e, in questo, il progetto architettonico
scopre la propria intima debolezza Ricoeur: riconosce alla parola progetto la possibilità di narrare,un narrare inteso diversamente dove la parola-progetto. Decostruzione e narratività non segnano soltanto degli orizzonti di pensiero nell’epoca della crisi delle certezze

 

audio

E’ disponibile il file audio della Serata

2017 UNA CITTA’ PER “SENTIRSI A CASA”.

UNA CITTA’ PER “SENTIRSI A CASA”.

Appunti per costruire una città sostenibile a misura d’uomo.

“Oggi si parla con eguale insistenza della distruzione dell’ambiente naturale quanto della fragilità dei grandi sistemi tecnologici che può produrre guasti a catena, paralizzando metropoli intere. La crisi della città troppo grande è l’altra faccia della crisi della natura.” Queste parole quasi “profetiche” di Calvino, pronunciate in occasione della presentazione de Le città invisibili alla Columbia University nel 1983, trovano piena sintonia oggi con l’idea di ecologia integrale che costituisce l’anima dell’enciclica Laudato si: la difesa della natura non può prescindere da un più profondo e vasto cambiamento culturale e nuovi modelli economici e di convivenza sociale, perché Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale” (LS, 139). La città è il luogo dove tutto questo esplode ed emerge in maniera forte e per questo nell’enciclica vi è dedicata particolare attenzione. Pensare alla città, alla sua forma e ai suoi spazi, in funzione e a servizio di un “miglioramento integrale della qualità della vita umana” (LS,147), “per sentirci a casa all’interno della città che ci contiene e ci unisce” (LS, 151), significa collocarsi nella prospettiva di un’ecologia integrale. La città come luogo di memoria, segni, desideri; luogo della convivenza, degli scambi, crocevia nel quale si incontrano culture ed esperienze diverse. Luogo dove maturano idee, dove si possono individuare e tracciare percorsi per futuri nuovi stili di vita improntati ad un rapporto diverso con il tempo; al rispetto dell’altro, delle diversità culturali, della biodiversità in natura; al rispetto per la terra e l’ambiente a partire dalla città; ad una nuova relazione tra spazio urbano e spazio rurale. Esistono riflessioni e percorsi da individuare, ma esistono anche esperienze già avviate che vanno conosciute e diffuse. Assai significativo il fatto che la Biennale Architettura di Venezia, curata quest’anno dall’architetto cileno Aravena, proponga una riflessione – presentando progetti e studi – sull’architettura come ‘disciplina di frontiera’ chiamata a rispondere in modo concreto e sostenibile, sia sotto il profilo ambientale che economico, alle domande che dai centri urbani in primis emergono con urgenza. Altrettanto significative le esperienze di partecipazione e costruzione di progetti condivisi che rendono gli abitanti della città sempre più consapevoli del proprio ruolo e della possibilità di incidere attivamente nel governo della loro città, orientando le scelte al bene comune. Questi i temi che la Scuola di Formazione Sociale di S.Agnese propone per il 2017, consapevole che conoscere è il primo passo per pensare un futuro diverso; per passare da una logica egocentrica ad una logica di comunità, che condivida talenti, energie, impegno; e, infine, per sperimentare un concetto di cittadinanza attiva nuovo, più impegnativo, ma più maturo.

questi gli appuntamenti

 

Locandina 2017 (pdf)

Volantino 2017 (pdf)